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Vivere L'Arte: Intervista a Michele Droghini, tra i primi street artist della città

10' di lettura Senigallia 04/09/2021 - Michele si occupa di street art da adolescente, quando questa irrompeva nelle nostre città. Originario di Mondolfo, ha girato per varie città italiane, oggi sta dando nuova vita al litorale senigalliese.

Michele, ti occupi di street art da trent’anni come autodidatta, ma come hai cominciato?

Mio padre era un dipendente delle ferrovie dello Stato e capitava spesso che, insieme a mia madre e le mie sorelle, la domenica si andava con lui in treno perchè appunto lavorava. Fu così che da ragazzino, guardando fuori dal finestrino del treno, cominciai a notare le prime scritte che apparivano sui vagoni o sui muri, avevo 12 anni, mano mano che crescevo queste scritte e i disegni si allargavano. Ne restai affascinato e quando divenni più grande cominciai a prendere il treno da solo per muovermi da Mondolfo, il paesino dove vivo, vicino a Senigallia, verso le grandi città, soprattutto verso Bologna, dove stavano nascendo i primi street artist con i quali sono amico tutt’oggi.

Qual’è stato il primo intervento di street art e dove lo hai fatto?

Il primo è stato a Mondolfo nel 1993, nella pista polivalente, dove altri amici facevano skate e tutti insieme avevamo dato vita ad un gruppetto. Abbiamo cominciato a lavorare su questo muro con le bombolette, io venivo considerato un pò il “capocantiere”, quindi il grosso del lavoro veniva delegato a me. Realizzammo questa sagoma tutta colorata che decidemmo di dedicare ad un nostro amico e difatti, accanto alla sagoma, inserimmo una scritta “B di Bulz” seguendo quello che era lo stile di quel periodo, più di stampo londinese che newyorkese. Da lì, dal nulla, diventai “Il writer”.

Ogni street artist ha un suo Tag, cioè uno pseudonimo con il quale firma i suoi lavori. Come è nato il tuo, Geos?

Oggi il tag è sulla bocca di tutti, una volta era una parola incomprensibile per chi non era nel giro della street art. Geos è nato da quando ero ragazzino: dei miei amici erano venuti a casa da me e volevano giocare, volevano costruire un go kart, io non avevo voglia e non sapevo come mandarli via, così, per annoiarli, dissi che bisognava fare un progetto e presi la cartella di disegno tecnico dove avevo goniometro, squadra ecc e inizia a fare dei disegni geometrici sulla carta. Loro mi guardarono e dissero: “Ah,adesso ti chiameremo geo perchè sei un geometra”. Poi c’è un altro fatto, io faccio di cognome Droghini e il soprannome della mia famiglia. Per questo ho preso Geo e ho aggiunto una esse, dando vita a Geos che deriva da Geo che significa terra ed Eos che è l’alba nuova.

Il giorno dopo quell’episodio in città i miei amici mi chiamavano Geo e io gli dissi di aggiungere una esse.

Spesso nella street art c’è chi interviene in maniera illegale, sei d’accordo?

Io ci metto sempre la faccia ed agisco in contesti autorizzati. Credo che chi agisce in maniera illegale lo faccia più per far parlare di sé e creare scandalo, come un noto street artist inglese.

Ad esempio Banksy è una contraddizione vivente, opera illegalmente, non sappiamo chi sia eppure le sue opere entrano nei musei e subiscono una quotazione al rialzo.

C’è dietro di lui un gruppo di persone che lavorano per renderlo quello che è.

Se penso che un muro sul quale ha realizzato un lavoro è stato strappato dal suo contesto per essere venduto, lo trovo assurdo perchè questo non è lo spirito della street, come non è, a mio avviso, spruzzare vernice su uno stencil con una bomboletta per realizzare una bambina con un palloncino.

Ti è mai capitato qualcuno che, mentre lavoravi su un muro, ti abbia criticato?

Si, stavo disegnando su un muro. Arriva un signore sulla sessantina e mi chiede cosa sto facendo, io gli spiego che sto lavorando su un progetto e che questo è autorizzato. Beh, ha cominciato a dire che a lui non piaceva, che quello era un muro pubblico e che mi avrebbe segnalato e avrebbe protestato con le autorità. Non so che fine abbia fatto, non ho saputo più nulla. In generale però la comunità accetta volentieri i miei interventi.

Quindi come funziona a proposito degli spazi, chiedi tu uno spazio alle istituzioni su cui poter operare o sono le istituzioni che mettono a disposizione dei muri per la street?

Entrambe le cose, la richiesta ovviamente ha una parte burocratica e prevede la presentazione di un progetto con il quale viene spiegato e illustrato l’intervento che si vuole realizzare.

Altre volte invece sono le istituzioni che ti contattano perchè hanno già un progetto e ti chiedono di collaborare.

Inoltre ci sono a Senigallia degli spazi che sono lasciati appositamente a disposizione per la street art.

Stai difatti lavorando su un progetto, proprio in questo momento, per riqualificare i bagni pubblici del lungomare di Senigallia, ricordo che da piccola quando andavo nella spiaggia libera erano abbastanza anonimi e brutti. Come è nato questo progetto?

Il progetto si chiama Senigallia 21 Velvet in Frame. L'ho proposto alle istituzioni assieme all'associazione Introvisione di cui è presidente Monia Frulla. Quello che immediatamente mettevo in evidenza erano appunto i bagni, perché il progetto prevedeva un intervento più ampio, ma alla fine sono riuscito ad ottenere l’ok soltanto per i bagni.

Ora li sto realizzando in collaborazione con l'Associazione Introvisione assieme a Giovanni Schiaroli che è vicepresidente dell’associazione stessa. I bagni da riqualificare sono 18 sui quali realizziamo delle strisce bianche e gialle e dei disegni. Ogni disegno ha una storia che tratta argomenti relativi al mare o alla vacanza in modo tale che si armonizzi con l’ambiente circostante.

Tra queste storie qual’è quella più significativa per te?

La prima che ho fatto e che s’intitola “La bella gaelica”, una ragazza che tiene in mano una rosa e indossa il cappello dei galli senoni. Lei è la personificazione della città di Senigallia fondata appunto dai Galli. Sono poi molto affezionato anche al disegno con i gabbiani che portano un berretto da marinaio.

Per te quindi qual’è lo scopo della street art?

Non credo sia quello di mandare un messaggio di rivoluzione, questo andava bene anni fa, negli anni 60. Non dobbiamo inventare nulla, ma adattare le cose. Secondo me i temi più veri sono quelli che provengono dal basso, dal popolo che è anche la strada e la piazza. Pensa ai pittori delle chiese, agli affreschi, raccontavano storie con elementi simbolici.

Ma perchè dipingere un muro? Perchè si riempie uno spazio che esce verso l’esterno, si trova sulla strada e per me deve rappresentare la comunità a livello identitario. Ad esempio quando noi vediamo il simbolo della città ci riconosciamo in essa, a Napoli i murales fatti nelle zone più disagiate, rappresentano Pulcinella, Maradona o San Gennaro, quindi i simboli in cui la comunità si riconosce.

Quali sono gli street artist a cui guardi?

Sicuramente la prima street art parigina, ci trovo quel senso di appartenenza e freschezza, ma soprattutto di sogno, difatti il fumetto è molto amato a Parigi. Inoltre è una città che ha un forte scambio interculturale soprattutto con i paesi africani e arabi, ad esempio nel writing la calligrafia è stata molto influenzata da questo mix di culture.

Negli ultimi anni mi sono però distaccato dal logos per concentrarmi sulla composizione e la figura umana, soprattutto sul volto mantenendo sempre un approccio fumettistico e illustrativo di stampo parigino.

Se dovessi scegliere un logos che maggiormente ti rappresenta, relativo alla tua prima fase e poi una figura, relativa alla seconda fase del tuo lavoro, quale sceglieresti?

Per quanto riguarda il logos sceglierei “Geos” fatto in maniera pubblicitaria e che si ispira alle scritte che potevamo trovare sui primi cartelloni pubblicitari dell’America degli anni 10 e 20, pensa che venivano realizzate con delle pennellesse da questi uomini che salivano a dieci metri o più d’altezza.

Per quanto riguarda invece le figure sicuramente lo squaletto che è stato sempre un simbolo per me, il mio squaletto è simpatico, ha i denti grossi e si attacca a qualcosa perchè ha fame, lo realizzavo fin dagli inizi.

Hai studiato per un periodo architettura, come pensi che dialoghi la street art con l’architettura?

Dal 1920 e poi con l’avvento del ventennio fascista sono nati i cosiddetti palazzinari che creavano edifici in serie, gli architetti si occupavano dei palazzi pubblici o signorili che però diventavano sempre meno. Quindi oggi la street si relaziona sempre più con questi palazzi standard, spesso anche per dare personalità a questi luoghi.

Penso poi agli anni 60, all’abuso edilizio e anche al fatto che oggi abbiamo molti edifici abbandonati.

Si, con la street si da a questi luoghi anche un ultimo saluto. Mi è capitato di andare in posti abbandonati ed interagire con quei muri dove si sente un'energia malinconica, io la vivo come dare un ultimo saluto ad una vita che è stata, perchè qualcuno stava lì e ora non c’è più.

Qual’è una frase che ti contraddistingue?

Le persone hanno bisogno di sognare e il mio scopo è proprio questo.








Questo è un comunicato stampa pubblicato il 04-09-2021 alle 13:04 sul giornale del 04 settembre 2021 - 377 letture

In questo articolo si parla di cultura, comunicato stampa e piace a michele

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