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L'ambulatorio medico del Centro di Solidarietà compie un anno

9' di lettura Senigallia 30/11/-0001 -
Da un anno circa è pienamente in funzione l’ambulatorio medico del Centro di Solidarietà “don Luigi Palazzolo”, diretto dal dott. Augusto Marcosignori, che è appena tornato da un corso di formazione sulla medicina delle migrazioni, organizzato a Roma dalla Caritas diocesana di Roma, dalla Società Italiana Medicina delle Migrazioni e dalla Fondazione Idente di Studi e Ricerca.

di Caritas Diocesana
clix.to/senigalliacaritas


Già da qualche anno la nostra Caritas diocesana promuove la formazione dei volontari nell’ottica di fornire gli strumenti necessari per renderli capaci di leggere con maggior professionalità i bisogni di chi si rivolge al Centro, in modo particolare dei migranti, che, provenendo da circa 190 paesi, sono rappresentanti di culture profondamente diverse dalla nostra. A maggior ragione quando si entra nella sfera così delicata ed intima della salute, occorre una particolare sensibilità ed attenzione al malato, alle sue convinzioni, alla sua storia, alla sua cultura.

Dott. Marcosignori, negli incontri di Roma si è parlato di medicina e di immigrazione. Come si è evoluta l’ immigrazione nel nostro paese dal 1990 ad oggi?
L’immigrazione è un fenomeno eterogeneo, dinamico, in evoluzione. Dalle statistiche del Dossier Immigrazione Caritas Migrantes, elaborate sulla base dei dati forniti dal Ministero degli Esteri e dell’Interno, risulta che dal I gennaio 2003 al I gennaio 2005, la percentuale degli immigrati rispetto al totale della popolazione italiana è passata dal 2,3% al 4,1%. Le etnie più numerose sono provenienti dall’Est europeo (54,2%), quindi dall’Asia (27,1%) dall’Africa (11,3%), dall’America ( 7,2%). Ma non si è trattato solo di un aumento quantitativo della immigrazione, piuttosto di un’evoluzione anche di tipo strutturale. Prima era il singolo che immigrava nel nostro Paese, ora sono i nuclei familiari. Il 40,1%, infatti, ottiene il permesso per ricongiungersi alla famiglia, poi, tra le altre motivazioni del fenomeno, spicca il lavoro subordinato o autonomo.
L’immigrazione deve essere vista come ricchezza di valori umani condivisi e di culture diverse a confronto e come un fenomeno necessario perché molti lavori non vengono più svolti dagli italiani e perché lo straniero, che ha il permesso di soggiorno e svolge un lavoro regolare contribuisce sia a sostenere il fondo pensionistico sia alla crescita demografica dell’Italia. Nel 2051, infatti, i 12 milioni in meno di italiani previsti in conseguenza dell’invecchiamento della popolazione italiana saranno compensati dai figli degli immigrati.

Può delineare il profilo sanitario dell’immigrato?
Contrariamente a quanto comunemente si pensa, le patologie più frequenti sono gastriti, bronchiti e traumi, che costituiscono il 60% delle malattie; quelle infettive rappresentano il 35% e le nevrosi il 5%. Questi dati a livello nazionale rispecchiano anche la nostra piccola realtà dell’ambulatorio medico del Centro di solidarietà. Per quanto riguarda le malattie infettive, le più frequenti sono quelle comuni anche alla popolazione autoctona e sono le comuni infezioni sostenute da germi di larga diffusione in Italia con più frequente localizzazione a livello respiratorio, gastroenterico, cutaneo ed urogenitale. Per l’ AIDS i casi notificati in cittadini stranieri (dal registro nazionale AIDS) dal 1983 al 2003 sono passati dal 3% al 14,8%; questo dato deve essere interpretato con cautela perché dobbiamo considerare anche l’incremento notevole della popolazione straniera e potrebbe inoltre riflettere un più tardivo accesso alle strutture sanitarie con conseguente ritardo nella terapia antiretrovirale.
Le cattive condizioni igieniche in cui si trovano a vivere molti stranieri nel nostro Paese e il sovraffollamento negli appartamenti sono certamente fattori favorenti la diffusione delle malattie infettive, tubercolosi compresa.
Le nevrosi sono dovute al trauma culturale, alla emarginazione socio-economica e alla perdita dello status sociale rispetto Paese d’origine. Se consideriamo che gli immigrati rappresentano la media borghesia rispetto alla loro società e che il 12,4% è laureato ed il 27,8% ha un titolo di scuola media superiore, ci rendiamo conto di quale impatto abbia sulla psiche trovarsi in un Paese straniero e svolgere un lavoro non adeguato al precedente status sociale. Un altro elemento determinante nell’insorgenza delle nevrosi è la presenza o meno di un “progetto migratorio”, cioè sapere prima ciò che dovranno affrontare nel paese ospitante oppure non esserne a conoscenza e non avere prospettive (pensiamo, per esempio, ai figli degli immigrati).

Esiste in Italia la garanzia del diritto alla salute per l’immigrato?
L’Italia, in questo ambito, ha una delle legislazioni più avanzate rispetto all’Europa. Basti pensare al decreto legislativo 25/7/1998 n. 286 che disciplina in generale la condizione dello straniero e, al titolo V, detta disposizioni in materia sanitaria. In particolare l’art. 34 tratta dell’assistenza sanitaria per gli stranieri iscritti al Servizio Sanitario Nazionale e l’art. 35 per quelli non iscritti. Questo decreto tutela in modo particolare la gravidanza e la maternità, la salute dei minori e garantisce gli interventi di profilassi internazionale, cioè le vaccinazioni. Inoltre lo straniero che intende ricevere cure mediche in Italia e l'eventuale accompagnatore possono ottenere uno specifico visto di ingresso ed il relativo permesso di soggiorno.
E’ importante sottolineare la necessità di proseguire lungo la strada intrapresa per garantire a tutti l’accesso alle strutture sanitarie e la fruibilità delle prestazioni, in particolare quelle urgenti. Occorre adottare iniziative e programmi di educazione alla salute, ma tutto ciò sarà efficace solo se inserito in un percorso di politiche di integrazione, che facciano dello straniero immigrato nel nostro Paese un cittadino cosciente e partecipe.
E’ necessario perciò riorientare i servizi attraverso varie tappe:
la formazione del personale (informazione, formazione, aggiornamento);
la lettura dei bisogni;
la lettura della domanda legata alla percezione dei bisogni, alla tradizione culturale, alla possibilità di esprimersi, all’incontro con i servizi;
l’organizzazione dei servizi (orari, offerta attiva, mediazione);
la flessibilità dell’offerta, nel senso di modulare l’offerta in base alle verifiche dei bisogni, sperimentare nuovi percorsi;
il lavoro di rete con altri attori interaziendali, istituzionali, volontariato, privato sociale.
E’ quindi necessario ed urgente avviare un percorso di promozione della salute che, come definito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, non si esaurisca nella cura delle malattie, ma promuova un benessere psicofisico e sociale a tutela dell’individuo e dell’intera comunità.
Misure di accoglienza, politiche sociali e sanitarie devono integrarsi ed interagire perché, come dimostrano i dati, la fragilità sociale è il fattore di rischio maggiore per la salute degli immigrati. Il progressivo inserimento ed inclusione nel tessuto sociale, economico e culturale è la migliore forma di prevenzione e benessere per l’intera popolazione.

Chi è il mediatore interculturale?
E’ quel terzo soggetto che ha il mandato di rendere possibile una relazione di comunicazione sufficientemente efficace o comunque di massimizzarne l’efficacia. In sostanza è un facilitatore che, attraverso la lingua, si fa da tramite tra gli utenti stranieri e le strutture sanitarie. Non si tratta solo di un interprete linguistico, ma di una figura professionale, che deve essere appositamente formata.

Ad un anno dall’apertura dell’ambulatorio medico del Centro di solidarietà, possiamo fare un bilancio dell’attività svolta?

Seguiamo in particolare gli stranieri senza temporaneo permesso di soggiorno e i connazionali in stato di bisogno. Abbiamo curato patologie, quali bronchiti, gastriti, patologie infettive cutanee. I bisogni sanitari vengono filtrati dal Centro di ascolto e poi i pazienti accedono all’ambulatorio dove lavorano due medici e 9 infermieri professionali con una caposala. Oltre a me, specialista in Medicina Interna, è presente la dottoressa Claudia Berardinelli, medico di Medicina Generale; altri medici specialisti, ospedalieri o liberi professionisti esterni costituiscono la rete dei referenti. Quest’anno abbiamo avuto circa 70 pazienti, prevalentemente originari dell’Europa dell’Est, per lo più giovani donne, soprattutto badanti. Queste tornano all’ambulatorio con una certa regolarità. Gli Africani, invece, hanno accessi più fugaci. Grazie alla convenzione con la zona territoriale 4 dell’ASUR, possiamo sottoporre i pazienti agli esami di laboratorio, esami radiologici in aggiunta alle visite specialistiche necessarie. Inoltre questa convenzione prevede l’assistenza sanitaria, per poter dare una risposta adeguata al malato senza fissa dimora, in dimissione dall’Ospedale di Senigallia, che continua ad essere curato presso il Centro. L’integrazione fra le due strutture operative ha consentito di creare un percorso coordinato capace di dare una risposta integrata sul piano socio-sanitario alla domanda di assistenza dei pazienti senza fissa dimora, che sono domiciliati temporaneamente al Centro di Solidarietà.
Esiste un’ottima collaborazione anche con la Casa di Cura Villa Silvia per la cura dell’alcolismo.
Immergersi nel mondo del volontariato crea forti motivazioni: prima fra tutte il “prendersi cura dell’altro” nella gratuità; c’è entusiasmo, condivisione anche da parte di chi era inizialmente diffidente. Inoltre il rapporto con i pazienti è buono, nonostante qualche comportamento non corretto di alcuni utenti. Con alcuni pazienti si è creato un bel rapporto di stima e fiducia, per cui continuano a renderci partecipi della loro vita, anche se non hanno più bisogno delle nostre cure perché ormai in possesso del permesso di soggiorno e quindi inseriti ad ogni titolo nel S.S.N. Evidentemente percepiscono che qui al centro ci prendiamo cura di loro, non curiamo semplicemente le patologie. Certo c’è ancora da fare, per esempio è auspicabile che si crei al più presto la figura del mediatore interculturale, che può avere un ruolo fondamentale nell’approccio alle strutture sanitarie ma non solo, nell’ascolto dei bisogni degli utenti ed è necessario proseguire nel percorso già iniziato della formazione dei volontari, che si trovano a contatto con persone di culture anche tanto diverse dalla nostra.

Ricordiamo che l’ambulatorio medico del Centro di Solidarietà “don Luigi Palazzolo” è aperto tutti i martedì e i venerdì con orario 9,30-12,00, ma il dottor Marcosignori è comunque sempre reperibile per le emergenze sempre attraverso il Centro di Ascolto (CDA).
L’ambulatorio infermieristico è aperto tutte le mattine dal lunedì al sabato dalle ore 9.00 alle ore 10.00. Il pomeriggio dal martedì al venerdì compreso dalle ore 16.30 alle ore 17.30.





Questo è un articolo pubblicato il 30-11--0001 alle 00:00 sul giornale del 16 dicembre 2006 - 3207 letture

In questo articolo si parla di centro di solidarietà palazzolo, immigrati, caritas





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